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Tra ieri e oggi vi è una continuità: la tecnologia agisce come motore di mutazioni urbane e come dispositivo che organizza potere, dipendenze e possibilità di libertà. Nel XX secolo, la fabbrica fordista ha codificato un patto lavoro–vita che la città aziendale ha reso struttura quotidiana. Nel secolo odierno, l’economia delle piattaforme e l’intelligenza artificiale trasferiscono quel patto in ambienti ibridi, dove produzione, riproduzione sociale e rappresentazione identitaria si intrecciano dentro rigenerazioni ad alto tasso simbolico. L’eredità di cui si discute non riguarda soltanto la forma fisica delle fabbriche, dei quartieri o delle infrastrutture: riguarda soprattutto i meccanismi istituzionali e le logiche di governo che determinano chi accede agli spazi, chi prende decisioni, e con quali garanzie di trasparenza, responsabilità e uso dei dati. Mia riflessione, dunque, prende avvio dalla Marcia dell’Intelletto per proporre una piccola lettura genealogica: dalla satira dell’Ottocento alla governance algoritmica odierna, dagli avanzamenti di ieri agli artefatti che oggi conserviamo o rifunzionalizziamo come patrimonio. L’obiettivo è mettere in luce come i nuovi scenari urbani, dalla riconversione ecologico-produttiva alla costruzione di infrastrutture cognitive, richiedano un ripensamento del patrimonio industriale non come sfondo estetico, ma come piattaforma civica capace di distribuire potere, lavoro qualificato, diritti d’uso e conoscenza.